Facce e storie da rosato

Rosati: “basta un poco di zucchero” ed il vino cambia…

Bastapocozucchero

Sbaglierebbe di grosso chi pensasse che nel campo dei rosati, chiaretti, cerasuoli, che è uno spazio già abbastanza ampio e articolato di suo, ci si trovi di fronte ad uniformità stilistiche e di gusto. E sbaglierebbe chi pensasse che nel mondo del vino “in rosa”, non si siano evidenziati orientamenti che hanno trovato corso nel mondo dei vini bianchi e rossi.

Anche tra i rosati il trend, scusate il gioco di parole, fa tendenza o quantomeno induce una parte di produttori a scegliere un’impostazione stilistica invece di un’altra.

Teoricamente ogni vino, quindi anche un rosato/chiaretto, al gusto dovrebbe essere la fedele espressione dell’uva da cui nasce, delle sue peculiarità (acidità, tannicità, ricchezza di frutto, oltre alle diverse note aromatiche) e del territorio dove ha origine. Sappiamo invece benissimo che spesso, per vari motivi, più di carattere commerciale che tecnico-enologici, alcune caratteristiche dei vini possono essere accentuate o modificate, se si pensa che così facendo sia più facile venderli.

Non solo nel mondo dei vini bianchi ma anche dei rosati è diffusa una convinzione secondo la quale lasciare un residuo zuccherino nel vino o rendere il vino più morbido, più succoso, attenuare l’acidità e arrotondare, quando ci sono, i tannini, renderebbe il vino più gradevole, faciliterebbe la beva e l’approccio al vino da parte dei meno esperti.

Osservazioni che corrispondono al vero, accorgimenti che hanno una loro verità e ragion d’essere, perché il gusto medio predilige la morbidezza, il prevalere degli aspetti fruttati, la dolcezza. – Ricordo a questo proposito quanto ebbe a dirmi tempo fa un produttore pugliese che produce 150 mila bottiglie di rosati e li vende in larghissima parte all’estero nei Paesi di lingua inglese: mi fece notare che non deve assecondare il mio gusto ma quello dei nuovi consumatori che magari arrivano al suo rosato direttamente dal succo di frutta o da una notissima bevanda gassata multinazionale… Ma ammorbidire e addolcire ha anche l’effetto di modificare le caratteristiche originarie del vino.

Così, accanto a tanti rosati (chiaretti e cerasuolo) autentici, buoni e meno buoni, ma veri, troviamo, proposti in larga parte da chi si avvicina da poco alla produzione di rosati, vini che presentano, oltre ad una morbidezza e dolcezza che li rende vini da wine bar, da bere a bicchiere e non vini da accostare facilmente a tavola ad una gamma infinita di piatti com’è nella natura di rosati e chiaretti, delle sgradevoli e innaturali note di chewing gum, di menta, oppure di caramella e di confetto. Aspetti che, si pensa, possano renderli più appealing, più facili da approcciare per il consumatore novello, che si ritiene potrebbe trovarsi non a proprio agio di fronte a vini salati, minerali, verticali, dove la freschezza e una giusta acidità hanno un ruolo importante. Ovviamente assieme alla ricchezza ed integrità del frutto.

Si dimentica poi che a furia di ammorbidire, addolcire, arrotondare, si finisce con il realizzare un modello di rosato monocorde che appiattisce, nel nome della facilità e della piacevolezza, le differenze ampelografiche e territoriali. E vista la varietà di uve, di terroir, di situazioni climatiche, di cui disponiamo in Italia questa mi appare un’operazione sulla cui validità ed efficacia occorra attentamente riflettere.

 


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Un pensiero su “Rosati: “basta un poco di zucchero” ed il vino cambia…

  1. Roberto Vigna

    Buongiorno Ziliani
    Approfitto del tema da lei affrontato per riportare un paio di considerazioni che ho in mente da tempo.
    Talvolta ho delle difficoltà a capire l’ostracismo che si trova in “letteratura” verso il residuo zuccherino.
    Quando assaggiamo un acino d’uva, oltre alla fragranza e alla freschezza ne cerchiamo senz’altro la dolcezza. E se è vero che il vino dovrebbe esserne la versione liquida e nobile, perché mai lo zucchero (naturale) non dovrebbe farne parte? Se questo famoso “residuo” (frazione di una cosa che già c’è, quindi…) è proposto con intelligenza e acume, può secondo me far parte dell’intarsio e del disegno immaginato dal produttore.
    Recentemente sono stato in Alsazia (ci vado quasi ogni anno a fare un giretto) e, per variare un po’, mi sono particolarmente concentrato sul Pinot Blanc/Auxerrois, scoprendo dei gioiellini dove la rincorsa tra acidità, polpa e residuo (misurabile intorno ai 10 g/l) va a costituire un centro bocca contrastato di assoluta godibilità e potenzialità gastronomica, lontano da stucchevolezze.
    Ovviamente a quelle latitudini (e ancor di più in Germania) tale accorgimento ha lo scopo di perseguire un equilibrio altrimenti precario, anche su bottiglie strutturate ed impegnative dove poi la percezione dolce andrà scemando nel tempo, ma quel che a me interessa sottolineare è come la presenza di residuo zuccherino nel bicchiere talvolta può avere un senso e costituire un dettaglio interessante e misurato ma non svilente.

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