Facce e storie da rosato

Ancora dell’arrotondare e ammorbidire (troppo) rosati e chiaretti

tuttifruttiDivagazioni su un rosato 2014 rotondo e morbidone

Questo articolo non è e non vuole essere una stroncatura. Di rosati vuole comunque parlare, delle caratteristiche, magari non le più desiderabili, di alcuni di loro, riprendendo e riferendo ad un caso singolo il discorso generale fatto in questo recente articolo dove mi sono ispirato a… Mary Poppins

Senza fare il nome del vino e del produttore, perché lo stimo e spero che con l’annata 2015 torni a fare un vino più in linea con i gusti di consumatori come me che con il presunto gusto del mercato, voglio raccontare una piccola storia, limitandomi a dire che è ambientata in Toscana, ma senza per questo volerne fare una caso toscano. Cose del genere possono succedere e succedono anche altrove.

Era l’estate del 2014 e durante una trasferta di lavoro ebbi modo di visitare un’azienda celebrata per i suoi vini rossi. Indubbiamente buoni, grazie a terreni estremamente vocati e splendidamente esposti, alle capacità dello staff tecnico, a vari fattori che facilitavano il raggiungimento di livelli qualitativi notevoli, ma il vino che più mi sorprese durante l’assaggio fu un semplice rosato di Sangiovese vinificato in acciaio.

Un vino, figlio dell’annata 2013, che mi piacque tantissimo, per il colore, per la fragranza dei profumi, la loro varietà e precisione, l’equilibrio, ma soprattutto perché anche se succoso e con un’importante componente fruttata, era ben secco, incisivo, verticale, ravvivato e tenuto in tensione da un bellissimo nerbo acido, con un carattere molto sapido e petroso che era lo specchio esatto dei terreni, ricchi di sassi, sciolti, da cui provenivano le uve.

Mi piacque così tanto quel rosato che esaltava le doti di freschezza ed eleganza, con una presenza tannica percepibile ma non aggressiva, del Sangiovese che ne scrissi subito e ne parlai con diverse persone definendo il vino esemplare nel suo genere.

Venne poi la vendemmia 2014, che in tanti ricordiamo per la sua irregolarità, per l’abbondanza di pioggia, per l’acidità elevata riscontrata al momento delle analisi nelle uve e poi confermata in tanti vini, con doti di freschezza nei bianchi tali da renderli più verticali che larghi, ma piacevolissimi.

Date le caratteristiche dell’annata ero pertanto molto curioso di degustare nell’edizione 2014 quel rosato di Sangiovese che tanto mi aveva soddisfatto, convinto che visto l’andamento climatico avrei ritrovato lo stesso stile snello, asciutto, sapido e minerale, con un’acidità importante ma non eccessiva o fine a se stessa, del 2013.

Incredibile ma vero, pur assaggiandolo almeno in tre diversi momenti dell’anno, ho fatto fatica a riconoscere nel 2014 l’impronta del 2013 tanto amato. Niente da dire sul colore, un buccia di cipolla più accentuato, e sui profumi, anche stavolta freschi e vivi, fragranti, ma con una netta prevalenza del carattere fruttato su quello floreale, ma ritrovarmi, in un vino figlio di una vendemmia bizzarra e piovosa come quella 2014, di fronte ad una spiccata rotondità e morbidezza, ad una leggera dolcezza, ad una piacioneria che scadeva un po’ nella banalità, ad un vino senza spigoli e senza scatto e abbastanza corto, mi ha lasciato senza parole.

Cosa diavolo era successo? Com’è possibile che quel vino, con l’annata 2014, avesse perso larga parte di quegli elementi che lo caratterizzavano, lo rendevano specchio fedele del territorio di origine, gli conferivano estro, per accettare la strada di un gusto rassicurante, facile, un po’ ordinario?

Era semplicemente successo che in quell’azienda ci si era “spaventati” per la spiccata acidità delle uve dell’annata 2014 e ci si fosse convinti che lavorando un po’ di più in cantina, ovviamente in maniera del tutto enologicamente corretta, si potesse ottenere un vino in grado di entusiasmare di meno i cronisti del vino di turno e piacere di più ad un pubblico di consumatori che preferiscono vini (rosati e non solo) più fruttati e rotondi, senza asperità, più facili da bere, anche se magari con cose meno interessanti e più prevedibili da raccontare.

Morbidone

Inutile dire che a tavola quel 2014 “s’impiantava” e non sorreggeva, come faceva egregiamente il 2013, i cibi, che quella dolcezza morbidona alla lunga finiva per annoiare: se passa la “logica” che il mercato, i nuovi mercati, i consumatori meno esperti si trovano più a loro agio con vini più semplici e diretti, meno impegnativi, allora non c’è discussione, i vini si devono fare così e tanti saluti a quella vena di pietra e sale che rendeva bellissimo quel rosato 2013.

In conclusione la domanda nasce spontanea: ma se il 2014, con un’annata irregolare e piovosa, era rotondo, laccato e levigato, come sarà mai il 2015, espressione di un’annata caldissima dove il frutto è super maturo e l’acidità è quasi andata a nascondersi? Quel rosato sarà un rosato “mordi e fuggi” a corta gittata, “tutti frutti”, o miracolosamente tirerà fuori una personalità e una multiformità di espressione che non ti aspetteresti?

Tra un paio di mesi al massimo la risposta…


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