Cosa è il rosato

Rosati-coloridiversiDifficile, quasi impossibile, definire cosa sia un rosato. Se me la volessi cavare con una battuta direi che non è né carne né pesce e quindi né un (vino) bianco né un rosso. In realtà il rosato (discorso che vale anche per il Chiaretto e per il Cerasuolo), è un vino a sé che ha molte caratteristiche, i profumi, la delicatezza, la fragranza, di un bianco e la vinosità, la succosità, la calibrata nota fruttata di un vino rosso.

Il rosato è una sensazione fatta vino, non è un vino che si possa produrre, se si vogliono ottenere risultati significativi da un punto di vista espressivo e qualitativo (il rosato deve regalare delle emozioni, altrimenti non è un vero rosato), con qualsiasi uva rossa possibile, perché ci sono uve (mi riferisco a quelle classiche come il Groppello, il Montepulciano, il Negroamaro, nonché ad altre che stanno mostrando una sorprendente attitudine a tramutarsi in rosati come il Sangiovese, il Nerello Mascalese, il Gaglioppo) che hanno vocazione a dare il loro meglio come base di rosati e chiaretti.

Altre, anche uve importanti come quelle il Cabernet, il Merlot, il Syrah, che da punto di vista strettamente tecnico, esprimono dei vini che è impossibile non definire rosati, ma che sono privi della magia, dell’unicità che un rosato ben riuscito esprime.

I rosati innanzitutto si “bevono” con gli occhi e quindi con il naso, e non presentano un colore standard ma esprimono una tavolozza di colori, di mezze tinte, di sfumature, dovute non solo al tipo di uva utilizzata, ma alla sensibilità, quasi quella di un artista, del vinificatore, che variano dal rosa pallido al buccia di cipolla al salmone al cerasuolo intenso di un grande Montepulciano abruzzese o a un vino a base di Nero d’Avola siciliano.

Si tratta di vini, non mi stancherò mai di ripeterlo, tutt’altro che semplici da realizzare, e vini che richiedono peculiari attenzioni già in vigna, nella scelta dell’epoca di maturazione delle uve e della raccolta e poi in cantina dove la vinificazione segue precise modalità che sono di carattere tecnico ed enologico ma anche legate ad intuizioni, alla “visione” che il produttore ha del suo rosato, alla capacità di interpretare le uve in base all’annata e di valorizzarle in funzione del vino che ha in mente, del rosato o Chiaretto che corrisponde alla sua sensibilità.

Prendete venti rosato o Chiaretto, non solo di zone diverse d’Italia, ma anche di una sola zona, versateli in bicchieri tutti uguali e vi troverete di fronte ad una gamma di vini cromaticamente diversi tra loro, ognuno dotato di una propria personalità, di nuance e sfumature diverse. Che poi trovano amplificazione quando si passa ai profumi, impercettibilmente diversi tra loro, e al gusto, che oggi spesso, in baso ad una diffusa e a mio avviso discutibile idea di piacevolezza, di maggiore facilità d’approccio, è rotondo, morbido, talvolta tendente al dolce (grazie ad un residuo zuccherino volutamente lasciato). Ma che nei rosato e Chiaretto più significativi, in quelli meglio riusciti, tende al moderatamente secco, asciutto, con una prevalenza delle note sapide e minerali.

Rosati e Chiaretti hanno dunque mille identità, sfuggono ad una definizione rigida, sono multiformi, camaleontici, inafferrabili: ecco perché tentare di raccontarli con Rosé Wine Blog assume il carattere, piacevole, di una sfida…