Le uve del rosato

Tecnicamente è possibile produrre rosato e Chiaretto da qualsiasi uva rossa vinificata in bianco e nella realtà di oggi in Italia, in ragione del trend positivo che i rosati conoscono, si producono vini da una sempre più vasta varietà di uve. Alcune dotate di una storia e di una tradizione produttiva per questa particolare tipologia di vini, di una consolidata e documentata vocazione, altre, invece, la cui vocazione, anche perché più limitato è il periodo di utilizzo, è tutta da dimostrare.

Mi riferisco, ad esempio, alle uve bordolesi come il Cabernet, Merlot oppure alla Syrah, che stanno conoscendo una recente fortuna soprattutto in alcune regioni del Centro Italia e in Sicilia, dove si sono diffuse negli ultimi vent’anni.

Progressivamente, nel corso dello sviluppo di Rosé Wine Blog ve le presenterò una per una con le loro caratteristiche, per ora penso sia importante suddividerle tra uve che potremmo definire classiche, uve il cui utilizzo per la produzione di vini rosati è legata ad una tradizione consolidata e storica e uve che, banalizzando, potrei definire “emergenti”. Anche se si tratta di uve che hanno una lunga storia, dovuta per lo più alla produzione di vini rossi.

Procediamo da Nord a Sud

Uve classiche

Groppello

La prima uva classica da rosati, o meglio, da Chiaretto, di cui voglio parlarvi è un’uva di cui esistono non più di 500 ettari, e che sebbene sia presente anche in Val di Non in Trentino ha trovato il suo areale di diffusione sulla sponda bresciana del Lago di Garda, nell’entroterra collinare tra Desenzano e Salò, nella zona denominata Valtènesi, costituita dal territorio dei seguenti comuni, San Felice, Puegnago, Manerba, Polpenazze, Moniga, Soiano, Padenghe, allargato alla cerchia di colline moreniche retrostanti con terreni dalle caratteristiche pedologiche similari. Della Valtènesi il Groppello è il vitigno identitario, ed entra da protagonista sia nella principale denominazione della zona, Valtènesi, la più recente, sia, sempre declinata in rosso ed in Chiaretto, in altre due denominazioni, Garda Classico e Riviera del Garda Bresciano o Garda bresciano.

Il Groppello è un vitigno dotato di un importante corredo tannico, di una certa personalità, di profumi leggermente speziati pepati ed i vini che ne nascono sono saporiti, con una buona freschezza e spalla e una certa capacità di evoluzione nel tempo.

Il Groppello è il pilastro della doc Valtènesi in entrambe le declinazioni, ma altre uve che possono entrare nella composizione dei vini sono quelle autorizzate in provincia di Brescia e oggi più diffuse sulla costa bresciana del lago di Garda, sostanzialmente Sangiovese, Barbera, Marzemino e Rebo.

Corvina, Rondinella, Molinara

Sono le tre uve classiche dei più noti rossi veronesi, Valpolicella e Amarone e Bardolino. Oggi, nella denominazione Bardolino, vinificate sia in rosso che in bianco per essere destinate al Chiaretto, tendono ad essere utilizzate soprattutto le prime due, la Corvina (e la sua variante Corvinone) e la Rondinella, che da sole conferiscono colore, struttura e sapore al vino. Si tratta di uve di grande duttilità perché esprimono sia rossi intensamente fruttati e leggermente pepati – speziati, con note selvatiche, che Chiaretto di grande fragranza aromatica e delicatezza, dove la nota tannica è presente ma senza alcuna aggressività.

Lagrein

Come dice chiaramente il nome si tratta di un’uva che ha trovato il proprio areale di diffusione nella Valle dell’Adige, nella Valle Lagarina e dalla zona di Rovereto sino a Bolzano e dintorni. Oggi è molto più diffusa in Alto Adige che in Trentino, e tende ad essere vinificato in rosso dando vita a vini potenti, ricchi di colore e di frutta, concentrati, e massicci, ma storicamente una parte della produzione altoatesina riguardava e riguarda anche oggi il Lagrein Kretzer (nome che deriva dal termine dialettale kretze, che designava un cesto intrecciato che consentiva di setacciare il mosto separandolo dalle vinacce). E la vinificazione prevede, da parte dei produttori più significativi, la pressatura di parte del mosto e la sua vinificazione come un bianco e una parte del mosto sottoposto a salasso.

Montepulciano

Diffuso un po’ in tutta l’Italia centrale, dalla Toscana alle Marche all’Umbria sino alla Puglia, è in Abruzzo che il Montepulciano ha trovato la propria terra d’elezione, al punto di dar vita ad una Doc, Montepulciano d’Abruzzo, che fotografa l’intimo legame di questo vitigno estremamente duttile con il territorio d’origine.

Uva da rossi di diversa caratura, da più semplici diretti e fruttati, morbidi, rotondi, a rossi di grande potenza e corpo, segnati da un tannino che spesso necessita di tempo per ammorbidirsi, il Montepulciano esprime da molto tempo alcuni dei rosati più importanti d’Italia, chiamati Cerasuolo per rendere bene la loro particolare tonalità che richiama la ciliegia. Nella gamma dei rosati italiani i Cerasuolo sono tra i più corposi e dotati di una pronunciata vinosità, che emerge anche nei profumi intensi oltre che dalla plasticità e ricchezza al gusto.

Bombino nero

Insieme al Negroamaro (e alla Malvasia nera) è la più grande uva da rosati che cresce in territorio pugliese. Ma se il Negroamaro e la Malvasia nera (detta anche di Lecce o di Brindisi) sono sinonimo di Salento, il Bombino nero, che nulla ha in comune con il Bombino bianco assai diffuso in provincia di Foggia, è il vitigno identitario del nord Puglia, ed in particolare della Doc Castel del Monte, che ne prevede l’utilizzo in purezza per la tipologia rosato. Una tipologia che esprimi vini più scarichi di colore rispetto ai rosati salentini, più tendenti al rosa, di grande fragranza e finezza aromatiche e grande immediatezza e freschezza.

Negroamaro

E’ il vitigno identitario della Penisola Salentina, la varietà a bacca rossa che caratterizza il panorama vitivinicolo delle province di Lecce e Brindisi ed è la colonna nonché dell’Igt Salento di una vasta serie di denominazioni d’origine tra le quali le più note sono Salice Salentino, Copertino, Brindisi, Galatina, Alezio, Nardò, Ostuni, Lizzano e Squinzano.

Uva di grande duttilità, capace di esprimere rossi da lungo invecchiamento, rossi più immediati e beverini, e persino rossi ottenuti con un leggero appassimento delle uve, in pianta ed in fruttaio, il Negroamaro (dotato di una componente tannica pronunciata che a volte viene ammorbidita e arrotondata grazie al contributo di piccole quote di Malvasia nera) è il vitigno cardine da cui nascono alcuni dei più classici e celebrati vini rosati non solo di Puglia ma di tutta Italia, rosati “gastronomici” che si esaltano a tavola, abbinati ai piatti della squisita cucina salentina e pugliese, e che sono dotati di tutte le caratteristiche che rendono grande un rosato. Intensità di colore, un rubino scarico buccia di cipolla brillante e ricco di riflessi, un’ampia varietà aromatica che spazia dal floreale al fruttato a note terrose e selvatiche, ad un gusto pieno di sapore, con salda struttura e una giusta dose di tannino che dà carattere e nerbo ai vini.

“Uve emergenti”

Sarebbe assurdo definirle “uve emergenti”, varietà importanti come sono e perfettamente rappresentative di alcune delle più importanti regioni e zone vinicole italiane. Emergente, o di più recente storia, è invece l’ utilizzo di queste uve per la produzione di vini rosati fermi. Mi riferisco in particolare a:

Pinot nero

(impiegato in Oltrepò Pavese, Trentino e Alto Adige)

Nebbiolo

Viene impiegato un po’ in tutte le zone che ne prevedono l’uso in Piemonte, da solo, in purezza, oppure a volte accompagnato da piccole quote di uve quali Barbera, Dolcetto o Freisa. Il risultato è un rosato che ha tutto il carattere e la struttura di un rosso e possiede una grande gamma di sfumature aromatiche.

Sangiovese

Uva identitaria di tutta la Toscana e di una ricca serie di denominazioni ben note per la produzione di grandi rossi Docg, il Sangiovese oggi viene spesso utilizzato come matrice di rosati, di grande interesse, succosi e carnosi, di buona struttura, prodotti nell’area del Chianti classico, del Vino Nobile di Montepulciano, del Brunello di Montalcino. Oppure in Maremma, e non solo nella zona del Morellino di Scansano. Rosati di Sangiovese si producono un po’ in tutta la regione (a San Gimignano e dintorni spesso viene vinificato in bianco, con risultati di grande eleganza, il Canaiuolo) ed i risultati sono sorprendenti e confermano la grandezza e la duttilità di questo grande vitigno toscano e italiano.

Piedirosso

E’ una delle varietà più storiche diffuse in Campania, dov’è nota come Pèr'e palummo, e la si trova, presente in svariate denominazioni, in provincia di Benevento, nella Doc salernitana Costa d’Amalfi Rosso ma dà il suo meglio e qui viene spesso vinificato in bianco per produrre vini rosati, in provincia di Napoli, soprattutto nelle Doc Campi Flegrei e Lacryma Christi del Vesuvio. I rosati di cui è espressione mostrano una importante, succosa e ben polputa componente fruttata, un equilibrio e una piacevolezza davvero rari.

Gaglioppo

Gaglioppo, chiamato anche “il Nebbiolo del Sud”, è sinonimo di vino calabrese ed è la varietà simbolo e base della più nota denominazione di questa grande terra da vino meridionale, il Cirò, nonché di numerose altre, meno conosciute, diffuse nella regione. Uva che esprime vini generosi, corposi, di grande struttura, destinata alla produzione di rosati esprime vini di sorprendente equilibrio e piacevolezza, profumati di piccoli frutti ed erbe aromatiche e dotati di una spiccata vena agrumata che emerge anche nel retrogusto.

Nerello Mascalese

La nouvelle vague dei vini dell’Etna sta portando alla ribalta, accanto a mineralissimi vulcanici bianchi base Cattarratto anche ottimi rossi di grande caratura figli di due grandi uve come il Nerello Mascalese ed il Nerello Cappuccio. Il terroir, sabbie vulcaniche ricche di minerali miste a pietre, fa miracoli anche nel caso della vinificazione in bianco in particolare del Nerello Mascalese e dal cappello del mago fa saltare fuori rosati che spiccano per la delicatezza, del colore, dei profumi di agrumi e piccoli frutti rossi, e la freschezza al gusto, con rosati che s’impongono per nerbo e dinamismo e un equilibrio mirabile tra frutto, acidità e pietra, sale e naturalmente una nitida impronta minerale.