Bolle rosa

DerbuscoCives-inaugurazione 034 Rosati con le bollicine vengono ormai prodotti, anche in questo caso con una grande eterogeneità di uve, un po’ in tutte le zone italiane, dal Piemonte, o per meglio dire dall’Alto Piemonte, (il territorio a cavallo tra le province di Novara, Vercelli e Biella, che comprende denominazioni storiche quali le Doc Fara, Sizzano, Boca, Bramaterra e Lessona e le DOCG Gattinara e Ghemme), dove esiste un’antica abitudine di spumantizzare l’uva Nebbiolo che negli ultimi anni va estendendosi anche alle Langhe, sino all’Emilia Romagna, dove cresce il numero delle aziende che realizzano intriganti versioni metodo classico del Lambrusco di Sorbara, sino ad altre regioni.

Bollicine in rosa, e mi limito a quelle ottenute con la tecnica della rifermentazione in bottiglie, vengono prodotte in Toscana utilizzando come base, talvolta addirittura in purezza, il Sangiovese, quindi nel Vulture, in Basilicata, vinificando, come avviene talvolta anche nella vicina Campania, l’Aglianico. E poi, è storia molto recente, anche in Puglia, in Salento, utilizzando l’uva identitaria Negroamaro, o in Calabria con il Gaglioppo. E ottimi risultati sta dando, in Sicilia, nell’area dell’Etna, l’uso di una grande uva come il Nerello Mascalese.

Curiosità e sperimentazioni a parte, che vengono fatte con vitigni autoctoni anche in altre regioni quali Valle d’Aosta (con la Premetta) Liguria (con il Rossese e la Granaccia) e Marche (Vernaccia Nera) sono quattro le zone che si sono affermate negli anni come le terre dei metodo classico in rosa.

Tutte zone le quali, in misura diversa, dispongono dell’uva fondamentale e irrinunciabile, la Champagne insegna, per ottenere metodo classico in rosa di stampo classico, il Pinot nero.

Quattro zone, situate nel Nord, e dotate ognuna di una denominazione che connota la zona di produzione ed il prodotto.

Alta Langa

Iniziamo dalla più giovane, è del 2011, l’Alta Langa Docg, la cui zona di produzione comprende “particelle fondiarie di collina e di spiccata vocazione viticola situate, nelle province di Cuneo, Asti ed Alessandria”, ovvero vigne poste a oltre 250 metri di altezza, nella zona collinare a destra del fiume Tanaro. Un metodo classico piemontese, dove la coniugazione Rosé è piuttosto diffusa, che si affina sui lieviti non meno di trenta mesi, oppure oltre tre anni per diventare Riserva e che nasce da una calibrata cuvée di Chardonnay e Pinot nero, che in gran parte dei Rosé più rappresentativi viene utilizzato in purezza.

Oltrepò Pavese

L’altra zona, attigua al Piemonte e considerata nell’Ottocento come un’appendice vinicola del Piemonte stesso, è l’Oltrepò Pavese, il più grande serbatoio italiano di Pinot nero con oltre 3000 ettari vitati. Dal Pinot nero, in purezza o con una parte preponderante, non inferiore mai al 70%, si producono metodo classico Docg che secondo le varie coniugazioni della Docg, Oltrepò Pavese metodo classico e Oltrepò Pavese metodo classico Pinot nero, prevedono espressamente la tipologia Rosé.

Da qualche anno in Oltrepò, per designare in maniera ancora più chiara un Rosé metodo classico ottenuto da Pinot nero (minimo 85% di Pinot nero con la specifica di vitigno), è stato creato un nuovo marchio collettivo che si chiama Cruasé e propone un’idea di “bollicine” in rosa strettamente legate al territorio e al vitigno identitario.

Va però detto che diversi produttori, anche di valore, oggi in Oltrepò preferiscono proporre, per motivi abbastanza complessi da spiegare, i loro metodo classico, anche Rosé, semplicemente come Vsq e che l’operazione Cruasé ha riscosso un successo sinora inferiore alle aspettative.

Franciacorta

Con solo poco più di cinquant’anni di storia la Franciacorta, la zona vinicola bresciana posta tra il Monte Orfano ed il lago d’Iseo, in larga parte su terreni morenici, è diventata la più importante, dal punto di vista del numero di bottiglie prodotte e da quello mediatico, legato alla costruzione della propria immagine e alla capacità di fare opinione, delle zone italiane produttrici di metodo classico.

Nonostante gli ettari vitati destinati a Pinot nero siano ancora nettamente minoritari, solo poco più di quattrocento, rispetto alle superfici destinate a Chardonnay e Pinot bianco, la produzione di Franciacorta Docg Rosé è diffusa ed in crescita, favorita da un disciplinare di produzione vigente che consente la produzione di Rosé con un utilizzo minimo di una percentuale, abbastanza bassa, del 25% di uve Pinot nero. Va sottolineato che questo è solo il disposto del disciplinare, che la produzione di Rosé è ancora minoritaria rispetto alle altre tipologie (Brut, Satèn, Dosaggio Zero, ecc.) franciacortine, e che buona parte delle aziende che producono i Rosé più significativi dal punto di vista qualitativo tendono ad usare una quota di Pinot nero ben superiore (talvolta l’uso è al 100%), al 25% previsto.

Trento

Trentino e Trento Doc fanno rima con Chardonnay e larghissima parte dei metodo classico prodotti in provincia di Trento sono a base di quest’uva (talvolta unita a piccole percentuali di Pinot bianco) ed il Pinot nero è nettamente minoritario e spesso utilizzato solo per le cuvée più importanti. Anche la produzione di Trento Doc Rosé, da parte della quarantina di aziende che rivendicano la denominazione, è molto limitata, con una certa quale eterogeneità espressiva e dal punto di vista cromatico, e spesso i Rosé metodo classico trentini non vengono prodotti solo con Pinot nero in purezza, ma anche con una quota significativa di Chardonnay. Anche nel confinante Alto Adige, dove la produzione di metodo classico è appannaggio di un numero molto ristretto, 7-8, di aziende, alcune realtà produttive realizzano validi Rosé a base di Pinot nero, localmente chiamato Blauburgunder.