Zone emergenti

Paradossalmente quelle che mi azzardo a definire quali “zone emergenti” da rosato sono zone e denominazioni che vantano una lunga e radicata storia nella produzione di vini rossi di qualità, zone che dispongono di uve di grande duttilità espressiva che anche nella vinificazione in bianco destinata ai vini rosati offrono risultati decisamente validi. Basta citare il nome dei vitigni che sono protagonisti di questa new vave rosatista, Nebbiolo, Sangiovese, Lacrima di Morro d’Alba, e poi Aglianico, Piedirosso, Gaglioppo, Nerello Mascalese, Nero d’Avola e poi parlare delle aree di produzione, per capire che in molti casi questo novello approccio al rosato non è unicamente dettato dalla volontà di seguire un trend (escludo che quella dei rosati possa essere una moda), ma rappresenta una ben precisa presa di coscienza della validità del rosato, dell’interesse da parte di crescenti fette di pubblico per questa tipologia particolare.

Piemonte

E’ il Nebbiolo, più che la Barbera o altre varietà, come il Pelaverga di Verduno, il caposaldo della produzione di rosati. E quando dico Piemonte mi riferisco sia alle zone storiche dell’Alto Piemonte, dove una piccola produzione di rosati vanta alcuni decenni di storia, sia al Roero e all’albese. I risultati, sia tra i rosati fermi sia tra quelli tramutati in metodo classico rosé, meritano attenzione.

Toscana

In Toscana il Sangiovese è diventato il formidabile propellente, molto più utilizzato che il Canaiuolo, dal quale peraltro si ottengono risultati di grande finezza, di una serie in continuo aumento di vini, qualitativamente eterogenei perché espressione di terroir diversi e di caratteristiche del Sangiovese utilizzato varianti da zona a zona. Rosati di Sangiovese prodotti in Chianti Classico, a Montalcino (in genere da vigneti più giovani destinati al Rosso di Montalcino più che al Brunello), a Montepulciano, nelle diverse zone della Maremma, nell’area del Morellino di Scansano. Rosati che abbinano fragranza aromatica, piacevolezza, ricchezza di frutto e una buona struttura, ma che spesso si fanno notare per la loro freschezza ed il loro equilibrio

Marche

Le Marche sono forse la regione che negli ultimi anni ha mostrato di possedere una propria personale “via al rosato” attraverso una serie di vini, uno più originale e sorprendente dell’altro, non sono ottenuti da uve classiche come Montepulciano e Sangiovese, ma dalla vinificazione in bianco di una serie di varietà autoctone, note e meno note. Negli ultimi anni ho così potuto assaggiare e apprezzare molto piacevolissimi, e spesso decisamente sapidi e minerali rosati marchigiani ottenuti da uve Lacrima di Morro d’Alba, Vernaccia Nera di Serrapetrona, Alicante nero, Vernaccia Rossa di Pergola – clone Aleatico. Per questo ritengo che le Marche siano tra le regioni più interessanti da seguire, e sicuramente emergenti, del panorama rosatista italiano.

Sud (Campania, Calabria, Basilicata, Sicilia)

Nel caso di queste regioni non parlerei di una produzione da rosato “emergente”, perché è già ampiamente emersa da anni, grazie alla disponibilità e all’utilizzo di uve rosse di grande carattere, che si prestano bene alla vinificazione in bianco da rosato, che portano il nome di Piedirosso, Aglianico, Gaglioppo. Nero d’Avola. E’ aumentato il numero dei rosati prodotti in queste regioni, il numero dei protagonisti che si cimentano con sempre maggiore convinzione con questa particolare tipologia di vini, talvolta scegliendo la strada più facile, ovvero la produzione di vini un po’ troppo rotondi e piacioni, con un residuo zuccherino pronunciato.

Etna

Come ho già scritto parlando del vitigno, il Nerello Mascalese ha fatto esplodere l’area dell’Etna, con i suoi terreni vulcanici ed i vigneti anche a mille metri d’altezza, come grande terra da rosati. Basta incontrare uno di quelli giusti, e sono numerosi, e si viene “segnati” da una lettura del rosato tutta essenzialità, sale, pietra, dove l’acidità scandisce il ritmo e la componente aromatica conosce fragranze uniche ed il frutto è delicato come pochi altri.